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Troppo alta, troppo formosa, troppo riccia? Noi donne spesso non siamo contente di noi stesse e dobbiamo sempre essere catalogate o farci categorizzare. A volte vorremmo essere invisibili o, semplicemente, vorremmo infischiarcene e non essere giudicate solo o principalmente dall’aspetto fisico.

Sguardi, smorfie, critiche, risatine, battute dette sottovoce o ad alta voce: c’è tutto un trattato di comunicazione verbale e non verbale che potremmo presentare per esprimere tutto ciò che ruota intorno al corpo, alla presenza ed alla fisicità della donna.

“Don’t judge a book by its cover”, direbbe Dr. Frank-N-Furter del famosissimo Rocky Horror Picture Show però il nostro corpo è la manifestazione della nostra presenza nel mondo, attraverso il corpo proviamo sensazioni e ci relazioniamo con gli altri.

E abbiamo solo 7 secondi per dare una prima impressione, si spera buona.

Body Positivity

“Tutti i corpi sono validi”

La Body Positivity è stata definita come “la libertà di essere sé stessi e di stare bene con il proprio corpo“, fino a quando l’industria del marketing e poi quella pubblicitaria non ne hanno cavalcato l’onda e ne hanno fatto il loro nuovo vessillo. Quindi la domanda che ci poniamo è: nuovo trend o reale movimento sociale e culturale? La verità, come sempre, sta nel mezzo o meglio, sta, dove vogliamo che stia.

La Body Positivity nasce come movimento politico e sociale circa negli anni sessanta e settanta e si verificano da allora tre diverse ondate, l’ultima nel 2012.

Nasce come movimento che intende combattere il Body Shaming, cioè la derisione e la discriminazione del corpo per via dell’aspetto fisico o per una determinata caratteristica fisica (ad esempio i capelli rossi).

La Body Positivity promuove l’inclusività ed il rispetto per tutti i tipi di corpi al motto di “Tutti i corpi sono validi.

Un cambiamento sicuramente c’è stato: è cambiata la nostra percezione ed il nostro sguardo nei confronti di noi stesse.

Ci vediamo con occhi più solidali e più inclusivi perché abbiamo trasformato le critica verso l’imperfezione e la differenza in parole di sostegno ed autostima. Abbiamo compreso che la diversità è sinonimo di unicità, di personalità, che essa ci identifica e ci caratterizza.

Solo che poi siamo passate al versante opposto: dobbiamo amare i nostri difetti, non conformarci ad ogni costo, essere uniche e originali per forza. Che poi questi difetti sono per veramente dei difetti? Chi li ha definiti “difetti”?

Penso che in generale quando qualsiasi concetto, qualsiasi definizione o percezione diventa standard, pur se fatta con le migliori intenzioni, va a togliere quella spontaneità e quella unicità che contraddistinguono la persona.

Non dimentichiamo però che viviamo nell’epoca delle immagini e dei video: Instagram, YouTube, TikTok e Twitch ce lo ricordano, senza dimenticarci della nonna TV.

Vanessa Incontrada e Vanity Fair

La pietra dello scandalo

Vanessa Incontrada ha realizzato un progetto con Vanity Fair per il numero di ottobre 2020, ed ha posato provocatoriamente nuda per manifestare contro il body shaming e dare un segnale forte di body positivity.

Ha inoltre realizzato un’intervista, nella quale parla dei cambiamenti del suo corpo dopo la maternità, ed un video postato sui social dove invita a riflettere sulle critiche che si fanno alle donne e a non giudicare.

L’iniziativa è stata per lo più apprezzata ma non sono mancate critiche feroci e l’attrice è stata accusata di aver utilizzato il fotoritocco per questa foto, quindi di non essere coerente con il suo intento; di veicolare un messaggio “edulcorato” e mainstream per la massa distraendo così dalle vere iniziative e da messaggi più profondi.

E qualcuno ha anche replicato che si, anche se ha delle linee più morbide, rimane comunque un modello di bellezza irraggiungibile per la maggior parte delle donne.

Se volete approfondire, qui trovate l’interessante articolo di Raffaella Oliva su Rolling Stone.

Io credo che occorra riconoscere a Vanessa Incontrada un certo coraggio nel mettersi a nudo sia fisicamente, in copertina, che emotivamente, nell’intervista. Senza dimenticare poi che Vanity Fair è una rivista femminile, patinata, che dà molto spazio alla moda e al costume senza trascurare l’attualità e la cultura. Considerare il mezzo di diffusione del messaggio, secondo me, fa parte della riflessione sul contenuto nel suo complesso.

Ashley Graham e Giulia Accardi

Due super modelle curvy

Le modelle curvy sono definite anche plus-size ma occorre fare attenzione ai termini.

Mentre Plus- size si riferisce alle taglie più (quelle altre alla 42 per intenderci), Curvy si riferisce ad una conformazione fisica con curve più accentuate che può essere trasversale a tutte le taglie.

Ashley Graham, probabilmente la modella curvy più famosa al mondo, è da sempre impegnata nella diffusione della Body Positivity.

Ha iniziato la sua carriera nel 2001, è apparsa su numerose riviste come Vogue e Glamour ed ha sfilato per Michael Kors, Love Mag, Dolce e Gabbana, H&M, Tommy Hilfinger e Marina Rinaldi, che l’ha fatta conoscere ed apprezzare in Italia.

Da sempre attivissima sui Social, si mostra ogni volta con molta naturalezza, senza filtri, anche durante i periodi delle sue gravidanze, esibendo il suo corpo con entusiasmo ed allegria.

Ha scritto anche un libro “Una nuova modella. Il vero volto della fiducia in se stesse, della bellezza e della forza di farsi valere.”

Giulia Accardi è invece una famosa modella curvy italiana, anche lei ha scritto un libro “Il potere dell’imperfezione” dove parla delle tante difficoltà che ha superato: bullismo, disturbi alimentari, body shaming.

Giulia inizia la sua carriera nel 2014 vincendo il titolo nazionale di Miss Italia Curvy, diventando poi modella ed influencer. Nel 2017 fonda il movimento Perfectly Imperfect, spiegando come siamo tutte perfettamente imperfette ed invitando al rifiuto dei canoni estetici classici ed all’accettazione della diversità.

Giulia, con il suo movimento, sostiene anche i movimenti LGBT e l’empowerment femminile e combatte qualsiasi forma di sessismo, razzismo, misoginia e bullismo.

Belle di faccia

Quando l’autoironia diventa protesta

Un concetto ancora più ampio e più profondo di Body Positivity ce lo offrono Chiara Meloni e Mara Mibelli che nel 2018 aprono un profilo Instagram Belle di faccia che diventerà poi un’associazione, un sito e successivamente un libro.

Loro si battono per la Body Positivity e la Fat Acceptance, un movimento sociale che combatte i pregiudizi grassofobici fondati sulle convinzioni sociali che grasso sia sinonimo di sporco, brutto, malsano e pigro.

Chiara e Mara, come spiegano nel loro libro “Belle di faccia”, desiderano liberare la società dell’utilizzo della parola “grasso” come termine negativo.

La loro è una missione di giustizia sociale che affrontano con intelligenza, sarcasmo ed autoironia. Personalmente, ho trovato geniale l’idea di realizzare un Body positive coloring book ispirato al loro profilo Instagram, scritto da Mara e illustrato da Chiara. Lo trovate sul loro sito

Foto di Antonius Ferret da Pexels

Depilazione si o no?

Anche questa è libertà

Nell’ultimo periodo si reclama un’uscita dalla schiavitù dell’eliminazione del pelo superfluo perché una manifestazione di body positivity può passare anche attraverso il NO alla ceretta.

Si chiama Hair Body Positivity ed è l’ultima tendenza nell’ espressione del rispetto e dell’accettazione di ogni tipo di corpo, ogni colore di pelle e ogni inestetismo o presunto tale.

Anche il mondo delle moda e della pubblicità hanno legittimato il pelo superfluo e si sono aperte larghe schiere di persone favorevoli (mai più ceretta dolorosa) da un lato e delle contrarie (lisce ad ogni costo) dall’altro.

E se libertà e inclusività invece significasse poter scegliere cosa fare della propria peluria?

Negli ultimi anni, inoltre, si sta sviluppando un nuovo movimento che amplia maggiormente i confini della Body Positivity, superandoli: oggi si parla di Body Neutrality, neutralità del corpo.

Quest’ultimo viene liberato da tutte le discussioni, le riflessioni ed i giudizi e lo si considera principalmente dal punto di vista funzionale, ponendo l’attenzione su ciò che ci consente di fare.

Forse un tentativo per trovare uno spazio di confronto libero dall’ombra del marketing?

Aumentando il panorama dei nostri modelli ne abbiamo forse creati degli altri ai quali fare riferimento per forza?

Ci siamo liberati da certe catene ma ne stiamo forse costruendo delle altre?

Abbiamo sicuramente ampliato il nostro vocabolario e scoperto nuovi movimenti culturali e posizioni sociali ma, alla fine fine, forse vorremmo essere solo delle persone: una sinergia unica di mente, cuore e corpo.

Curvy? Small? Riccia? Liscia? No, Libera!

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