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«Un’Olimpiade femminile? Non sarebbe pratica, interessante, estetica e corretta».
Così sentenziava Pierre de Coubertin, inventore dei moderni Giochi, poco più di un secolo fa.
Ad avergli dato retta, non saremmo qui a raccontare nella nostra sezione Extra Storie tutte le donne che hanno fatto la storia per le loro capacità, competenze e abilità in barba alle gerarchie di potere e ai ruoli prestabiliti nella società.

Proprio per non aver dato retta a niente e a nessuno, abbiamo la possibilità di raccontare storie di un passato prossimo o remoto e di dedicare il primo articolo di questa sezione nel mese dei Giochi Olimpici 2021 ad un’atleta che con la sua storia è diventata così pop da diventare un modo di dire: la pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding.

Foto ©Getty Images

Nata a Portland, Oregon nel 1970, di Tonya Harding sarebbe facile raccontare solo la storia di uno dei più grandi scandali sportivi e “mediatici” di sempre.
L’aggressione alla pattinatrice Nancy Kerrigan, premeditata dal marito della Harding, segnò indelebilmente gli anni novanta: nessuno sportivo si era spinto così oltre per danneggiare un avversario. Tonya Harding è uno dei personaggi più controversi legati allo sport, che il cinema ha raccontato con l’acclamato “I, Tonya” del 2017 (qui il trailer).

Di questa storia però vorremmo raccontare anche la Tonya Harding scomposta, sgraziata, troppo truccata, fuori luogo e fuori posto nelle competizioni sportive dove alla grazia e alla leggerezza vengono assegnati punti di vantaggio.


La Harding era però potente, atleticamente solida, in grado di eseguire, seconda al mondo, un triplo axel in uno sport dove gambe e braccia muscolose sono mal viste.
Con poche possibilità di accesso a body sfavillanti, con un fratellastro abusante e tossico, con una madre despota e ingombrante, Tonya Harding vola sulle sue lame di acciaio temperato, esegue figure e movimenti in maniera impeccabile e pretende valori e riconoscimenti che puntualmente le vengono negati.

Famosa infatti per le sue reazioni nel cosiddetto “Kiss and cry” (l’angolo della pista di ghiaccio dove gli atleti, accompagnati dai loro allenatori, si siedono per attendere i giudizi tecnici e artistici. Qui potete approfondire su Wikipedia), è consapevole della sua partenza svantaggiata rispetto a tante colleghe più ricche, più magre ed esteticamente più aggraziate. Tonya Harding si ribella ai giudici che la penalizzano per il suo aspetto fisico, affrontandoli a viso aperto e facendo delle sue repliche durante l’enunciazioni dei voti il suo segno distintivo.

Tonya Harding e Nancy Kerrigan (© Getty Images)

La vicenda che la lega alla sua rivale Nancy Kerringan è ciò che ci si aspetterebbe da un carattere riottoso e fumantino come quello della Harding. Eppure il collegamento diretto (almeno come mandante) non è stato mai provato e sebbene sapesse delle intenzioni di suo marito, Jeff Gillool, ne è sempre stata estranea.

La Federazione statunitense provò in ogni modo a escluderla dai Giochi Olimpici di Lillehammer, ma a seguito della minaccia di intentare una causa milionaria fu costretta a convocare la pattinatrice. A Giochi conclusi però, le revocò il titolo nazionale appena vinto e la bandì a vita; anche il circuito ISU la dichiarò “persona non gradita” (fonte Wikipedia).

Il film vincitore del Premio Oscar e del Golden Globe per la migliore attrice non protagonista, racconta la sua vita in maniera pop e divisiva: da una parte chi ama la black comedy lo trova spassoso perchè racconta con leggerezza la complicata vita di questa atleta così inusuale.
Dall’altra chi trova questa leggerezza insopportabile nell’affrontare tematiche così difficili per chi le vive.

In ogni caso, Tonya Harding e a più livelli entrata a far parte della cultura popolare americana tanto che il futuro presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, in uno dei discorsi inaugurali della sua campagna presidenziale nel 2007 utilizzò l’espressione “fare un Tonya Harding” per indicare il concetto di “segare le gambe all’avversario”. Due anni dopo, in un’intervista con The Guardian, la Harding dichiarò pubblicamente di non aver per nulla apprezzato la “battuta” di Obama. Qui la sua intervista che si conclude con il pragmatismo che da sempre l’ha contraddistinta: “Anche la pubblicità negativa è pur sempre pubblicità!”.

Icona e madre di tutte noi sgraziate e scomposte, Tonya Harding, a distanza di tanti anni e nonostante tutto, è rimasta nel ricordo della gente, forse proprio per il suo non essere mai stata “perfetta”.
Ma in fondo, chi lo è?

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