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In questo periodo di pandemia mi è capitato spesso di ripensare ad un viaggio fatto in Iran nel 2016 forse perchè il fatto di trovare spesso quasi insopportabile l’uso della mascherina mi ha ricordato sensazioni provate durante quello che è stato uno dei viaggi più impegnativi da un punto di vista mentale.

L’Iran, un paese splendido dal punto di vista architettonico, storico e culturale, ha una situazione politico-religiosa per me difficile da comprendere.
Sapevo fin da prima della partenza che avrei  dovuto sottostare ad alcune limitazioni, prima tra tutte quella di avere sempre coperte la testa, le gambe e le braccia, ma  non ero preparata al fastidio e all’insofferenza che ho provato. 

Teheran

Il mio viaggio in Iran inizia nella capitale Teheran, una metropoli di 12 milioni di abitanti, con strade ampie e viali alberati, enormi parchi e giardini, dove ,tra i moderni palazzi, affiorano le vestigia delle ricche dinastie che l’hanno governata. Uno degli edifici più belli da vedere è il meraviglioso Golestan Palace, ricco di mosaici e splendide ceramiche, dove ho un primo assaggio delle bellezze che nasconde questo paese. Naturalmente mi  incuriosiscono le donne che comincio ad osservare rendendomi quasi subito conto che sono sostanzialmente di due tipi: le più integraliste vestite con l’hijab tradizionale nero che copre l’intero corpo dalla testa ai piedi e le donne che provano ad usare abbigliamenti più occidentali cercando di non trasgredire la legge islamica che prevede di coprire gambe, braccia e testa. Indossano foulard colorati, soprabiti leggermente stretti in vita, jeans non aderenti, gonne lunghe fino alla caviglia (abbiamo parlato di Modest Fashion qui).

Mi renderò conto nel corso del viaggio che questa divisione tra l’integralismo religioso e la voglia di libertà caratterizza la vita delle iraniane.

 

Shiraz

Il viaggio in questo paese prevede poi un volo che da Teheran ci porta nel sud dell’Iran a Shiraz, una volta patria dell’omonimo vino i cui vitigni sono stati completamente sradicati quando è stata introdotta la proibizione di bere e di produrre vino. Qui ci si immerge nella storia dell’antica Persia: dalle rovine di Persepoli, alle vicine tombe rupestri di Serse I, Dario I e Dario II, dai resti di Pasergade alla vicina tomba di Ciro il Grande. Giro in questi luoghi ricchi di fascino ricordando nozioni di storia ormai dimenticate mentre il sole picchia fortissimo, fa molto caldo e io maledico il foulard in testa e le maniche lunghe!
La guida che ci accompagna incalzata dalle nostre domande si lascia andare e ci racconta come ha vissuto lui a diciassette anni il passaggio dalla monarchia dello shah allo stato islamico introdotto da Khomeynī; in pratica il passaggio da un governo si autocratico ma moderno (quarant’anni fa questo Paese era uno dei più moderni del Medio Oriente, ricco di cultura e aperto al progresso) a una sorta di medioevo.
E lui è un uomo.
Pensate cosa deve essere stato per le donne.

In Iran, paese che vive ora un oscurantismo culturale (è infatti proibita la musica se non quella tradizionale, il teatro, molti scrittori sono al bando, i social non esistono), rimane però un amore per la bellezza che si ritrova negli splendidi giardini che troviamo in quasi tutte le città come quelli che visitiamo a Shiraz dichiarati patrimonio dell’Unesco. Ma è proprio a Shiraz che ho forse l’esperienza più impegnativa e al tempo stesso più interessante: la visita alla Moschea di Shah-e Cheragh
Per poter entrare a visitarla devo indossare sopra gli abiti che mi coprono secondo me abbastanza un burqa ancora più coprente con tanto di cappuccio. Penso che  morirò per il caldo, ma la curiosità è molta e così subisco questa ennesima forzatura e entro attraverso l’ingresso riservato alle donne.
Sono molto infastidita per la costrizione a cui vengo sottoposta io e immagino le donne di questo paese.
L’interno mi lascia a bocca aperta per la bellezza del luogo, specchi, mosaici, tappeti ma anche per la serenità che si respira. In una delle sale adiacenti alla sala di preghiera molte donne di ogni età sedute a gruppi per terra chiacchierano sorridenti, l’ambiente è molto coinvolgente e mi muovo con cautela rendendomi conto di violare un luogo pregno di sacralità. Non c’è un’atmosfera di costrizione e chiusura, ma si ha la sensazione di trovarsi in un luogo accogliente e protettivo dove poter pregare il proprio Dio in serenità. Quando esco contenta di liberarmi della pesante copertura penso che quello che per me è costrizione per qualcuno può essere una scelta rispettosa verso il proprio credo; la costrizione sta nel fatto che in questo paese la religione è legge dello stato a cui deve sottostare anche chi non è credente.

La copertura del capo per esempio è valida a partire dai nove anni d’età e per coloro che violano la norma sono previste una multa da pagare in contanti o un periodo di detenzione che varia dai dieci giorni ai due mesi. Sui social girano negli ultimi tempi numerosi video in cui le squadre filo-governative cercano di far rispettare rigorosamente le leggi sull’obbligo del velo che la tentata emancipazione femminile cerca di violare sempre più spesso  e di conseguenza è sempre più in aumento il clima quotidiano di intimidazione nei confronti delle donne. 

Yazd e Esfahan

Percorrendo circa 400 km di deserto arido e montuoso risaliamo verso nord per arrivare a Yazd  dove, prima di entrare in città, visitiamo un bellissimo sito zoroastriano il cui culto è ancora oggi praticato. La cittadina, dove le case hanno il colore del deserto, è ricca di torri del vento, torri che servono a catturare il vento e rinfrescare le case. Anche qui gli edifici più belli sono le moschee ricche di mosaici e decorazioni incredibili.

Poi risalendo ancora si arriva a Esfahan che pare sia  la città più bella dell’Iran. E in effetti la città è splendida, ricca di bei quartieri e viali alberati, ma il vero gioiello è la piazza Imām Khomeini, chiamata ufficialmente Meydān Naqsh-e Jahān (​ovvero “Piazza Metà del Mondo”) e un tempo Meydān-eJahan (piazza dello Shah) la seconda piazza più grande al mondo e sicuramente una delle più belle mai viste. La circondano come perle di una collana edifici uno più bello dell’altro: la Moschea dell’Imam, quella delle donne costruita per le donne di corte e il bellissimo Palazzo Reale, i tutto immerso in splendidi giardini.
E’ difficile descrivere la magnificenza di questi edifici, ma l’effetto complessivo è strabiliante.

Nei giardini che ornano la piazza ci sono numerosi gruppi di studenti e studentesse con le loro divise, alcune ci fermano per fare delle foto con noi e per farci domande sulla nostra vita e su quello che succede fuori di qui. Sono curiose del mondo che non possono conoscere.

 Approfitto per chiedere anch’io di loro e della loro vita e, seppur con timore e guardandosi in giro, ci raccontano quello che non possono fare:  le donne non hanno il diritto di cantare (se non in un pubblico esclusivamente di sole donne), di ballare, di recarsi negli stadi, di vestirsi come vogliono e di andare in  bicicletta. Mi confermano, come già avevo capito, che  l’universo femminile si può suddividere tra donne estremamente religiose e donne che desiderano il cambiamento del loro ruolo.  

Ma ascoltando queste ragazze si intuisce tra le righe che c’è una netta separazione tra vita pubblica e vita privata: in casa si è liberi di fare ciò che si vuole, ad esempio le donne sono senza velo, si bevono alcolici, si fanno feste con musica e balli, si parla di tutto. Quando si esce invece ci si mette una maschera: le donne si coprono i capo, si evita il contatto tra uomini e donne, e comunque si sta sempre in guardia. 

Esfahan è attraversata dal fiume Zayande Ruh su cui si trovano sei bellissimi ponti che risalgono al ‘600. Ci arriviamo nel tardo pomeriggio e insieme a noi migliaia di famiglie si riversano nei giardini che ne abbelliscono le rive per godere del fresco della sera. L’atmosfera è coinvolgente. La gente sorride, chiacchiera e si rilassa facendo giochi e picnic sui prati. Sotto le belle arcate dei ponti cantanti improvvisati intonano canti popolari. Attorno ad uno di questi si fa una piccola folla che lo incita battendo le mani al ritmo del canto. Dopo poco arriva la polizia che fa smettere il canto e disperde la folla: in Iran è proibito cantare. Restiamo scossi forse perché abbiamo per la prima volta toccato con mano cosa significhi vivere qui e anche per il forte contrasto tra quello che è accaduto e l’atmosfera serena e gioiosa che si respirava.

Il viaggio in Iran di cui ho potuto raccontare solo una piccola parte delle meraviglie mi riporta a Teheran da dove riparto quasi come un ritorno al futuro. Ho visto un paese splendido, ho conosciuto persone aperte ed ospitali, ho rispettato la profonda religiosità dei credenti, ho provato sapori nuovi e gustosi, ho visitato bazar ricchi di colori e ho capito un po’ meglio la condizione delle donne di questo paese  che penso e spero in futuro possano fare la differenza.

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