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Cos’è la Modest Fashion?

La Modest Fashion, la moda ispirata dalle regole del corano delle donne islamiche, è nata all’inizio come un trend, una curiosità verso il mondo orientale destinata a passare in fretta.
Ma, come ben sappiamo, la moda è uno specchio della società e della cultura, e, quello che alla vista può sembrare anche estroso o eccessivo, come a volte le sfilate mostrano, è in realtà qualcosa di ben più strutturato e profondo.
La Modest Fashion doveva quindi essere solo una tendenza passeggera, una infatuazione verso nuovi mercati e nuove acquirenti desiderose di mixare in maniera sapiente gusto occidentale e tradizioni religiose.
Invece no, la Modest Fashion si è affermata nel mondo della moda a pieno titolo e ha portato addirittura le sue influenze nel settore squisitamente tecnico e altrettanto attento alla moda dello sport, come vedremo in seguito.

Il temine Modest, modesto, si riferisce a dei canoni precisi volti a rispettare le regole coraniche di pudore e modestia. Sono capi non aderenti, non trasparenti, molto coprenti che rivestono il corpo, comprese braccia, gambe e testa.
Con il tempo però, questa concezione ha ampliato il suo significato identificando una donna che ha semplicemente il bisogno di non sentirsi oggetto sessuale, piegato ai canoni estetici. Ha insomma abbracciato anche il desiderio crescente nelle donne, specialmente dopo il movimento #MeToo, di non essere giudicate solo dall’abbigliamento, di custodire il corpo come uno scrigno delle sensibilità o semplicemente di porre l’attenzione su altro invece della pelle nuda.
Una sorta di liberazione? Il manifesto di una nuova femminilità?

Dice Elena Banfi, giornalista di Vanity Fair: “La verità è che non è facile semplificare la storia del velo islamico, né tantomeno etichettarlo, giudicarlo, soprattutto se non si conoscono a fondo le sue origini o i motivi di chi sceglie di indossarlo” (qui il link all’articolo completo).

Esistono diverse realtà che ci offrono punti di vista diversi come vedremo anche nello sport e anche nella speciale intervista che ci hanno rilasciato le ragazze di Hijab Paradise, il primo negozio in Italia di Modest Fashion.

Flotte di Influencer e modelle musulmane ci stanno facendo capire che esistono altre interpretazioni e scelte oltre alla semplice imposizione che spesso noi occidentali diamo per scontato vedendo una donna con il velo islamico.
Anche l’hijab è comunque in evoluzione e, dalle passerelle ai social, come infine nello sport si sta rendendo partecipe di nuove piccole e grandi rivoluzioni.

Hijab come capo d’abbigliamento

Partiamo dalle basi dell’abbigliamento: abbiamo due elementi base nell’abbigliamento islamico che sono l’abaya (la lunga tunica che copre il corpo) e l’hijab (il velo che copre il capo e lascia scoperto il viso).
Un tempo erano principalmente di tre colori: bianco, nero e cremisi. Ora hanno mille fantasie, diversi tessuti, pizzi, ricami e infinite possibilità di personalizzazione.
Non solo hijab quindi ma anche completi, tute, tuniche, vestiti fioriti e costumi da bagno rispettosi dei dettami religiosi sono entrati nel guardaroba della donna musulmana attenta alla moda.

Un po’ di storia

Facciamo un passo indietro e veniamo alle prime tappe della Modest Fashion.
Anniesa Hasibuan, indonesiana e musulmana, è stata la prima designer che ha portato in passerella modelle con l’hijab Il 23 settembre 2016 , in occasione della settimana della moda di New York.
Poco prima, nel luglio 2014, era stata realizzata una “Ramadan Collection” da un grande nome come quello di DKNY, interamente concepita per rispettare i canoni islamici.

E i gruppi “minori” restano a guardare? Certo che no, H&M Close the Loop ha scelto Mariah Ibrissi come prima modella con l’hijab, per la campagna di moda sostenibile nel settembre 2015.
E nel 2017, la notizia della prima modella a capo velato in passerella a Milano, Halima Aden da Alberta Ferretti e Max Mara.
Questo ha spinto, già da tempo, i grandi brand a creare apposite linee ed a fondere sapientemente in passerella Oriente ed Occidente: Dolce&Gabbana, Tommy Hilfiger, Oscar De La Renta, Valentino, Prada.
Ed anche i marchi del fast fashion come Zara, H&M, Mango e Uniqlo.Anche i grandi magazzini Macy’s si sono adeguati ed hanno lanciato una propria linea di veli.

La moda ha quindi accolto il desiderio di personalità e di rivendicazione della loro esistenza delle donne musulmane? Sì e no, diciamo che si è fatta bene i suoi conti e che, in prospettiva, il valore della Modest Fashion nel 2023 è stato stimato intorno a 484 miliardi di dollari.
Ed intanto crescono appuntamenti appositamente dedicati per far incontrare stilisti, buyer, modelli, esperti e semplici appassionati: fashion week, tavole rotonde, summit, siti web, libri e riviste dedicati.
Del resto, siamo un pianeta senza confini o no?!

La Modest Fashion oggi

Poteva il mondo social rimanere indifferente a tutto questo fermento? Assolutamente no, anzi il suo contributo è, come sempre, effervescente, energizzante e prolifico.
Infatti, il target della Modest Fashion è rappresentato proprio le cosiddette Muslim Millennials: nate tra il 1980 e il 2000, appassionate ed esperte di moda, con forti inclinazioni internazionali, colte, informate e bravissime con i Social.
Instagram, in particolare, ha giocato un ruolo chiave per la proliferazione di influencer e modelle.

Due nomi per ultimare la carrellata:

Imane Asry, una giovane modella e influencer marocchina, che da anni vive in Svezia, ha vinto il premio Look of the Year di “Elle” dell’anno scorso. Esempio di perfetta connessione tra religione e moda.

Dian Pelangi, la più nota fashion blogger della moda islamica, di origine indonesiana, vanta 5,1 milioni di followers. L’Indonesia è il più grande Paese al mondo per numero di musulmani e le indonesiane sono state tra le prime protagoniste della Modest Fashion.

Moda islamica e sport

Hijab Nike Pro

Non poteva mancare un piccolo riferimento all’hijab nello sport.

Ibtihaj Muhammad, schermitrice, è stata la prima donna musulmana a rappresentare la squadra USA indossando l’hijab nel 2016 ai Giochi Olimpici di Rio De Janeiro dove vinse la medaglia di bronzo.
La sua partecipazione è stata così d’impatto che ha ispirato addirittura la Mattel a realizzare una Barbie con le sue sembianze.

Asma Elbadawi: poetessa sudanese-britannica, attivista, giocatrice di basket e allenatrice. È nota per aver presentato una petizione con la quale è riuscita a convincere la International Basketball Association (FIBA) a rimuovere il divieto di hijab e cappelleria religiosa nello sport professionistico.

Doaa Elghobashy campionessa egiziana di beach volley, ritratta nelle tante foto che abbiamo visto dei Giochi di Rio De Janeiro del 2016 con il corpo ed i capelli completamente coperti ma non per questo limitata in uno sport che vede la maggior parte delle atlete in costume.

Le Federazioni sportive spesso hanno asserito che vietavano l’utilizzo dell’hijab durante una gara per motivi di sicurezza e per la traspirabilità del tessuto.
Con il tempo però le aziende sportive hanno raccolta questa sfida e la Nike, per prima, ha realizzato un hijab in poliestere elastico e traspirante, pensato per le atlete musulmane, dal nome ”Nike Pro-Hijab”, commercializzato in occasione delle Olimpiadi Invernali del 2018 in Corea del Sud.
Ma già l’azienda capsters.com li produce dal 2001, per praticare qualsiasi attività sportiva, sia indoor che outdoor.
Dunque, Nike prima, nel 2018, e Adidas da poco, ma anche Under Armour e altre ancora, incrementano l’offerta di abbigliamento sportivo per le atlete musulmane.
Scelte che muovono forti polemiche e critiche: le aziende sono state accusate di essere disposte a monetizzare sull’oppressione delle donne.
Anche Decathlon, nel 2019, aveva provato a vendere il proprio hijab per lo sport in Francia, prodotto già commercializzato in Marocco. Ma ha dovuto ritirarlo dal commercio a causa della pioggia di critiche ricevute, accuse rivolte soprattutto a questioni ideologiche legate alla libertà e al rispetto della donna.

Ritorna in superficie, per concludere, la questione che si era sollevata con la Modest Fashion: è stata brava la moda e le sue aziende ad intercettare un desiderio di riscatto e mondanità da parte delle donne musulmane o sono state le donne ad influenzare il mondo della moda e dello sport bussando alla loro porta e chiedendo di essere rappresentate, sostenendo le loro richieste di inclusività?
E poi è tutto oro quello che luccica?
Purtroppo, no e il velo è al centro di numerosi dibattiti sia in Francia, per una proposta di legge che vieterebbe l’utilizzo di simboli religiosi sia nel resto del mondo visto che spesso assistiamo ad atti di violenza nei confronti delle donne ricondotti con una superficiale e frettolosa interpretazione alla costrizione di portare il velo.

Ma sappiamo che la questione è molto più profonda.

Ora che abbiamo visto meglio la straordinaria potenza di questo accessorio femminile, siamo sicuri che sarà protagonista anche nelle imminenti Olimpiadi di Tokyo.
Per approfondire l’argomento delle Olimpiadi 2021, qui il nostro articolo realizzato da Claudia Falcone.

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