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Questa volta vi voglio raccontare di un viaggio in Laos, una terra dove si fondono in modo armonioso natura e spiritualità, un  paese che ha mantenuto intatto nel tempo  lo stile di vita tradizionale tra la spiritualità dei monasteri buddhisti e la tranquillità della vita contadina.

Luang Prabang

Il mio viaggio parte da Luang Prabang, l’antica capitale del Laos. Da un primo giro della città  ci si rende conto di come il tempo qui sembra essersi fermato. E’ un gran paesone collocato tra due fiumi, il Mekong e il Nan Khan, fatto prevalentemente di case di legno, alcune molto belle del periodo coloniale francese, altre più umili, mescolate a templi dorati e ricchissimi. Le macchine sono poche, si vedono soprattutto biciclette e qualche motorino, il tutto in un’atmosfera molto tranquilla e pacifica.  

I templi

Gironzolando per la città emergono soprattutto due cose: la moltitudine di templi (ce ne sono 32 in città) uno più bello dell’altro che l’hanno resa Patrimonio dell’Unesco nel 1995 e l’atmosfera serena  che la pervade e che si percepisce ovunque. La maggior parte dei wat (è così chiamato l’insieme del tempio e del monastero buddhista) risale al periodo in cui Luang Prabang era la capitale dell’antico regno ed  è caratterizzata da tetti a spiovente su più livelli arricchiti da decorazioni dorate con teste di serpenti e altri simboli, pareti o affrescate o con rilievi dorati, e all’interno enormi statue d’oro del Buddha davanti alle quali i fedeli portano offerte.

Si potrebbe pensare che questa esagerata ricchezza di decorazioni confonda e disturbi i fedeli, ma in realtà ogni volta che, tolte le scarpe, entriamo nelle sale interne l’atmosfera di pace e unione con lo spirito coinvolge anche noi profani. E’ come se ogni volta si lasciasse fuori il mondo e ci si ritrovasse con il proprio intimo.

Cerchiamo di visitarne molti, uno più ricco e particolare dell’altro e completiamo la visita con l’antico palazzo reale costruito in un misto di stile laotiano e francese con interni splendidamente decorati. Non manchiamo di fare un giro anche al mercato che si rivela ricco di pesce, carni e verdure, ma anche di cose particolari come il muschio del Mekong o le strisce di pelle di bufalo e le cortecce che vanno ad arricchire le zuppe laotiane. 

La cerimonia del Tak Bat

Forse una delle cose per cui  Luang Prabang è conosciuta dai turisti  è però la cerimonia del Tak Bat. Ogni mattina i monaci avvolti  in lunghe tuniche color zafferano escono dai monasteri e sfilano in silenzio per le vie della città per la questua mattutina.  Per assistere ci alziamo alle cinque e mezza e andiamo nella via principale. E’ ancora buio e molte persone sono già pronte sui marciapiedi con ciotole di riso e altre pietanze.

Ad un tratto li vediamo avanzare in lunghe file arancioni. Passano velocemente e, altrettanto velocemente, ricevono l’obolo nella ciotola che portano. Sembra una danza leggera, le figure arancioni scalze e di tutte le età, con gli stessi gesti camminano e ogni tanto si fermano appena, si chinano leggermente, ricevono il cibo e riprendono il cammino. Ne arrivano continuamente silenziosi, quasi in trance.

E la gente dona con religiosità e venerazione. Il senso della cerimonia sta proprio nel reinsaldare il legame tra la comunità dei monaci e la gente: la prima si occupa del benessere spirituale, l’altra del supporto materiale. Per la gente non è semplicemente l’atto di fare l’elemosina, ma un segno concreto dell’importanza di dare lasciando da parte egoismo e avidità, di staccarsi dai beni materiali per proseguire nel cammino spirituale. Restiamo a guardare ipnotizzati fino a quando, così come sono arrivati, svaniscono.

Per trovare la pace interiore pratica il non attaccamento: sii consapevole che niente e nessuno ti appartiene veramente. Swami Kriyananda

Phu Si

Per avere un’idea della città e godere uno splendido panorama saliamo sulla collina di Phu Si, una collina di un centinaio di metri che domina Luang Prabang e sulla cui cima sorge uno stupa dorato. Per arrivarci bisogna percorrere una ripida scalinata di più di 300 scalini, ma ne vale la pena! Sulla cima, tra statue di Buddha dorate e l’orma del suo piede (ce ne sono molte in Laos di dimensioni diverse !!?), si gode di una vista incredibile.

Ci sono due giovani monaci che stanno studiando, ma che appena ci vedono scambiano volentieri  due parole con noi. Ci raccontano che è previsto che tutti i laotiani buddhisti di sesso maschile, ma lo possono fare anche le donne,  facciano i  monaci per un periodo della loro vita, di solito alla fine della carriera scolastica. Trascorrono nel wat circa tre mesi, ma possono restare anche molti anni per approfondire la loro conoscenza religiosa, studiando il linguaggio Pali, in cui sono scritti tutti i testi Theravada. Sono due ragazzi di una ventina d’anni e mi meraviglia la serenità e la semplicità con cui ci raccontano del loro periodo monastico. Sono così diversi dai ragazzi che incontriamo nelle nostre città.

(Per saperne di più sul Buddhismo Theravada https://santacittarama.org/2019/08/13/breve-introduzione-al-buddhismo-theravada/).

Le grotte di Pak Ou

Con due ore di navigazione sul Mekong si raggiungono le grotte di Pak Ou.  Saliamo su una barca di legno che lentamente si lascia scivolare sul fiume tra coltivazioni, campi e qualche piccolo villaggio. Un mondo lento e tranquillo che sembra regolato dallo scorrere del fiume.

Le due grotte si aprono su uno sperone di roccia a strapiombo su una riva del fiume e per raggiungerle si deve percorrere una ripida scalinata. Sono cavità naturali che l’uomo nei secoli ha però reso uniche.   Una volta entrati rimaniamo  a bocca aperta davanti allo spettacolo. Negli anni la grotta si è popolata di statue del Buddha di diverse dimensioni e stili (ce ne sono più di 4000) . E’ come se fosse un grande presepe con sempre lo stesso personaggio! Ce ne sono di dorate, di pietra e di bronzo, grandi e piccole… Molte hanno davanti offerte perché sono oggetto di devozione.

Osserviamo con profondo rispetto, in silenzio, come si sia fusa in modo armonioso la grandezza della natura e la spiritualità dell’uomo.

Ventiane

Scendendo verso sud arriviamo a Ventiane, la capitale, la città più popolosa del Laos collocata sul fiume Mekong. C’è un po’ più traffico, ma non eccessivo. Edifici del periodo francese si alternano ad edifici più moderni.  Anche qui le cose più belle da vedere sono i suoi wat, la maggior parte costruiti nel XVI secolo. Iniziamo Dal Pha That Luang, il più grande, monumento nazionale del paese, un enorme stupa dorato circondato da alte mura.

Di fianco veniamo colpiti da una enorme  statua del Buddha sdraiato con un’espressione così serena da infondere tranquillità a chi la guarda. Il più antico dei templi di Ventiane è il Wat Si Saket  nel cui chiosco sono collocate circa 300 statue di Buddha seduto o in piedi. Anche qui le offerte dei fedeli sono numerosissime

Verso sud

Usciamo dalla città per riprendere la nostra strada che ci porta verso il sud del paese. Lungo la strada ci fermiamo per visitare altri wat. Ogni villaggio ne ha uno, grande o piccolo a seconda della ricchezza del villaggio . Ma la cosa bella di questi wat fuori dalle città è l’atmosfera familiare che si respira, i monaci spesso  lavorano per sistemare i muri di recinzione, fanno lavori di manutenzione o puliscono, molti sono ragazzi sorridenti e scherzosi. La nostra guida che è stata 11 anni in un monastero  ci parla a lungo di come nei wat si impari fin da piccoli ad accontentarsi di quello che si ha. I monaci mangiano solo quello che raccolgono con la questua e vivono di quello che offre loro la gente. Quello che  imparano durante il periodo monastico li rende persone serene, gentili e umili e li accompagnerà per tutta la vita come abbiamo toccato con mano nella gente incontrata fino ad ora.

Riprendiamo la strada e cominciamo a salire. Il paesaggio cambia, si cominciano a vedere le montagne e una corona di rocce scure e frastagliate. Entriamo nell’Area Nazionale Protetta di Phu Hin Bun. Alti pennacoli di roccia svettano circondando campi di riso e vegetali in un paesaggio veramente affascinante. I villaggi di palaffitte di legno e bambù che incontriamo sono immersi nella natura. Una delle attrattive di questa zona sono le grotte, ne visitiamo una percorsa da un tratto di fiume sotterraneo a cui accediamo in barca e un’altra che contiene circa 300 statue di Buddha venerate dalla popolazione. Ci fermiamo a pernottare in uno di questi villaggi e godiamo dell’atmosfera bucolica con bambini che giocano sotto le palafitte, donne che lavano i panni nel fiume, completando la giornata con una lezione di meditazione da parte della nostra guida .

Altopiano di Bolaven e minoranze etniche

Pakse: piantagioni di te

Continuiamo il nostro viaggio verso sud, oltrepassando Pakse e dirigendoci ad est dove si trova l’Altopiano di Bolaven su cui, grazie al suo microclima, si coltivano caffè e te in enormi piantagioni. La strada scorre tra la vegetazione e i nei villaggi che incontriamo davanti ad ogni casa vi sono distese di chicchi di caffè al sole. Nelle piantagioni di te molte ragazze con grandi cappelli di bambù  stanno raccogliendo le foglie più tenere in grosse gerle di vimini. E’ un lavoro che si fa a mano lentamente percorrendo le colline ricoperte di bassi cespugli.

La strada è molto bella e piacevole e ci porta ad un villaggio abitato da alcune minoranze etniche  katu. Le case sono di legno e bambù a palafitta posizionate a formare una specie di cerchio. Ci rendiamo subito conto che il livello di vita del villaggio è molto primitivo e anche un po’ sconcertante. Sotto le case nella terra rossa scorazzano maiali, cani, galline e bambini, molti nudi altri con qualche straccio addosso, ma tutti ugualmente sporchi. Queste popolazioni sono animiste e credono negli spiriti, tengono sotto le loro case delle bare, una per un uomo e una per una donna, come buon auspicio perché le persone possano morire di morte naturale nel villaggio. C’è un capo per la gestione del villaggio, uno sciamano per le cure e un guru per la parte spirituale.  Sembra tutto molto bucolico e interessante, ma il degrado dei bambini è abbastanza sconvolgente, soprattutto quando ne vediamo un gruppo che sta fumando un grosso cannone di bambù, sono piccoli e hanno sguardi persi e assenti . La guida mi dice che incominciano presto, imparando dai genitori che pensano sia un metodo “naturale” per calmarli.  Sono convinta che sia giusto proteggere e mantenere vive le tradizioni , ma mi  chiedo se sia  giusto farlo a scapito dei bambini condannati a questo tipo di vita senza evoluzione e miglioramento.  

Più avanti ci fermiamo in un altro villaggio abitato da minoranze Katu, Ngae, Alak , si tratta del villaggio di Ban Hoay Hoon Tai, dedito prevalentemente alla tessitura. Anche qui palafitte messe a cerchio e una grande sala comune dove quando arriviamo stanno provando balli e musiche per una festa che ci sarà tra qualche giorno. Ci invitano a vedere e dopo poco siamo coinvolti nelle danze mentre donne che fumano grossi cannoni di bambù e bambini sporchissimi e bellissimi ci guardano con curiosità. L’atmosfera è più piacevole e l’atmosfera un po’ meno pesante del villaggio precedente.

Le isole

L’ultima zona del nostro viaggio sono le isole che si trovano nell’ultimo tratto del fiume Mekong. Ce ne sono circa 4000.  Con una barca raggiungiamo l’isola di Don Khong, un lembo di terra dove la vita sembra scorrere ancora più lentamente che altrove. C’è un’unica strada sterrata che la attraversa su cui si affacciano le poche case. Anche qui la mattina vediamo i monaci uscire per la questua sicuramente meno ricca di quella di Luang Prabang. Giriamo nell’arcipelago con una barca, alcune isole sono piccolissime e non abitate altre con villaggi e qualche coltivazione. Scendiamo all’isola di Don Det che nel periodo del colonialismo francese era un punto importante della rotta tra Saigon e la Thailandia, mentre ora sembra addormentata con qualche vecchio edificio a ricordarne il periodo di gloria. Poi arriviamo a Don Khon  dove l’acqua del Mekong si infiltra tra le rocce dell’isola e forma le belle e selvagge cascate di Li Phi.

Terminiamo il nostro giro  sull’isola di Don Kho, abitata da un’etnia dedita alla pesca e alla tessitura. Il villaggio è fatto di palaffitte di legno sotto le quali le donne hanno posizionato i loro grandi telai tra galline, gatti e cani. Bambini razzolano nei cortili o dormono in culle di vimini appese. Qualche mucca e alcuni bufali pascolano sulle rive. L’atmosfera è veramente rilassata, la gente tranquilla e sorridente ci guarda incuriosita (non si vedono molti stranieri qui), ci sorride, mette in posa i bambini per le foto e ci mostra i propri lavori di tessitura. Qualche vecchio mastica il betel che rende la bocca rossa per il succo. Tutto sembra scorrere lentamente e naturalmente senza fretta, senza orari e senza stress.

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