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And the Oscar goes to…

Se seguite un po’ il mondo del cinema avrete sicuramente sentito dire che nella notte tra il 27 e il 28 marzo 2022 si è svolta l’annuale cerimonia dei premi Oscar. Senza dubbio, l’evento è stato catalizzato principalmente, a livello mediatico, dallo spiacevole episodio che ha coinvolto Jada Pinkett-Smith, Will Smith e Chris Rock (se volete saperne di più, ecco il video), con tutte le implicazioni su violenza fisica e verbale, body shaming e mansplaning del caso.

Lo “schiaffo degli Oscar” è stato l’episodio più chiacchierato ma la cerimonia del 2022 ha in realtà segnato un importante punto di svolta per il premio, grazie a una serie di prime volte. Troy Kotsur è il primo attore non udente a ricevere l’Oscar, così come Ariana DeBose è la prima attrice queer (entrambi sono stati premiati come non protagonisti).

Non è una prima volta ma segna un punto fondamentale anche l’Oscar alla migliore regia assegnato a Jane Campion: è la terza volta nella storia degli Oscar che una donna riceve il premio in questa categoria e la regista neozelandese è l’unica ad essere stata candidata in più di un’edizione.

Non è un paese per donne

Agli Oscar 2020 l’attrice e regista Natalie Portman si presentò con un abito su cui erano ricamati i nomi delle registe donne snobbate dallo star system hollywoodiano

Hollywood è un paese per donne? A prima vista sembrerebbe di sì, considerando che sono moltissime le attrici di talento impegnate in grandi produzioni, anche con ruoli di spessore e interpretazioni di spicco. Tuttavia non si può dire lo stesso in campo registico, soprattutto se ci concentriamo nell’orizzonte dei grandi premi. Le registe sono poche e relegate nel panorama del cinema indipendente.

Dalla nascita del cinema, infatti, la regia è stata quasi sempre considerata un settore da uomini e per le donne è stato difficile emergere e ritagliarsi i propri spazi. Prendendo in esame il solo premio Oscar: quello per la regia esiste dal 1929 e, da allora, solo tre donne lo hanno vinto. Per la prima candidatura di una donna si dovrà aspettare il 1977, quando l’italiana Lina Wertmuller riceve la nomination per Pasqualino sette bellezze, senza tuttavia vincere (in quell’anno vincerà John G. Avildsen per la regia di Rocky).

Da allora, solo altre 6 riceveranno la nomination: Jane Campion nel 1994, Sofia Coppola nel 2004, Kathryn Bigelow nel 2010, Greta Gerwig nel 2018, Chloe Zhao ed Emerald Fennel nel 2021 e di nuovo Jane Campion nel 2022.

Per la prima vittoria di una regista si dovrà attendere il 2010: Kathryn Bigelow rompe gli schemi vincendo la statuetta con The Hurt Locker, un film di guerra, genere tradizionalmente considerato maschile. Il nuovo millennio segna un deciso passo in avanti per le candidature femminili anche per quanto riguarda la regia ed è emblematico che le -per ora- uniche tre vittorie siano avvenute tutte dopo il 2000: che finalmente il mondo di Hollywood stia facendo spazio alla parità di genere su questo punto?

Le pioniere

Alice Guy, la prima regista della storia del cinema

Il percorso delle donne in cabina di regia al cinema è stato in salita ma è iniziato molto presto. La prima regista della storia del cinema, infatti, è nata nel 1873. La francese Alice Guy è stata la prima donna a dirigere e produrre un film. Il suo primo cortometraggio, La Fée aux choux, risale al 1896, appena un anno dopo l’invenzione del cinema stesso.
I suoi lavori sono oggi purtroppo perduti ma Alice Guy ha sperimentato molto nel panorama del fantastico, introducendo espedienti tecnici che sarebbero successivamente diventati tipici del cinema delle origini.

Alice Guy si occupò di cortometraggi, la prima donna a dirigere un lungometraggio è invece statunitense: Lois Weber, classe 1879, è colei che entra nella storia con questo primato. Il film è The Merchant of Venice ed è girato nel 1914.

Anche in Italia abbiamo avuto una figura in grado di fare egregiamente da apripista per le donne regista: Elvira Notari è la prima regista italiana ed è anche la più prolifica, con una produzione che consta di più di 60 titoli tra il 1906 e il 1929.
Considerata per certi versi una precorritrice del Neorealismo, la regista italiana unisce la naturalezza narrativa al grande impatto emotivo ed è la prima a sperimentare la colorazione a mano dei fotogrammi per sottolineare le sensazioni, ottenendo un grande successo in America.

Se parliamo di registe pioniere del primo Novecento, è impossibile non menzionare la tedesca Leni Riefenstahl. Nonostante venga considerata una figura controversa per via dei suoi legami col nazismo, è innegabile che la regista sia stata una figura di riferimento per il cinema degli anni Venti e Trenta.

Autrice di film di propaganda per il regime, come Il trionfo della volontà, Leni Riefenstahl aveva pressoché totale carta bianca da parte del regime. Una condizione che le permise di girare Olympia, il primo film documentario mai girato su un’Olimpiade, per il quale impiegò tecniche innovative che sarebbero diventate lo standard per il genere. Non solo: la totale libertà creativa di cui godeva le permise anche di dedicare una cospicua parte di girato a Jesse Owens, l’atleta più rappresentativo delle Olimpiadi 1936. La cinepresa della regista non tralasciò di immortalare anche l’espressione di disappunto di Adolf Hitler nel momento della vittoria dell’atleta afroamericano: secondo alcuni, era il modo della regista per evidenziare la sua opinione sulle politiche razziali del regime.

Il nuovo millennio

Kathryn Bigelow, la prima regista premio Oscar

La storia del cinema ci ha regalato moltissime registe in grado di offrire uno sguardo diverso sul mondo del cinema, raccontandone scorci inediti o illuminando di nuova luce quelli più rappresentati.
È questo il caso di Kathryn Bigelow: la prima regista a vincere un premio Oscar è specializzata in cinema di guerra e action, i generi che in genere vengono considerati più maschili e che lei padroneggia alla perfezione.

Tra i suoi film più apprezzati c’é Point Break – Punto di rottura, che parla di surf e rapine ed è stato interpretato nel 1991 da Patrick Swayze e Keanu Reeves.
Nel 1995 viene apprezzata la sua interpretazione della fantascienza con Strange Days, noir postmoderno interpretato da Ralph Fiennes e Juliette Lewis.
L’Oscar, come ricordato, arriva con The Hurt Locker, interpretato da Jeremy Renner e incentrato su un gruppo di artificieri statunitensi in missione in Iraq.

La seconda regista a vincere un premio Oscar è Chloé Zhao, che lo conquista nel 2021 grazie al suo Nomadland. La regista cinese è un esponente del cinema indipendente e anche Nomadland, che si basa su un’inchiesta giornalistica e racconta i nomadi moderni degli Stati Uniti, costretti dalla recessione a scegliere una vita diversa, appartiene a quel mondo.

Chloé Zhao si occupa anche della produzione, del montaggio e della sceneggiatura del film: conquista la candidatura in tutte queste categorie e ne porta a casa due, quella per la migliore regia e quella per il miglior film (che ottiene in quanto produttrice).
Gli Oscar le aprono le porte del cinema cosiddetto commerciale: nel 2021 è la regista di Eternals, progetto dei Marvel Studios.

Director/Producer Chloe Zhao, winner of the award for best picture for “Nomadland,” poses in the press room at the Oscars on Sunday, April 25, 2021, at Union Station in Los Angeles. (AP Photo/Chris Pizzello, Pool)

Il 2022 e Jane Campion

Il nuovo anno ha segnato nuovi primati, che portano il nome di Jane Campion. La regista neozelandese, infatti, è la terza donna a vincere un Oscar per la regia, l’unica candidata più di una volta (la prima era stata nel 1994) e la seconda consecutiva a vincere, dopo la vittoria di Chloé Zhao l’anno precedente.

Ma d’altra parte Jane Campion ai primati è già abituata: ad oggi è l’unica regista donna ad aver vinto la Palma d’Oro a Cannes, nel 1994 con Lezioni di piano, lo stesso film che le fruttò la prima candidatura ai premi Oscar.

Lezioni di piano, che racconta della pianista muta Ada (interpretata da Holly Hunter), spedita in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato, è senz’altro la sua pellicola più conosciuta ma Jane Campion è stata spesso cantrice sul grande schermo di donne dalla personalità forte e anticonvenzionale, come ad esempio in Ritratto di signora.

Il suo primo Oscar, coronamento di una carriera lunghissima nel mondo del cinema, arriva con Il potere del cane: un film ancora una volta atipico, che riscrive il western in una luce riflessiva, ponderata e silenziosa. E che racconta la frontiera per concentrarsi in realtà sull’omosessualità repressa, in una storia che si rivela universale.

Jane Campion

C’è ancora molta strada da fare, è innegabile, perché le registe trovino il giusto spazio e riconoscimento a Hollywood. Ma primi, importantissimi, passi sono stati mossi e l’Oscar a Jane Campion, il secondo consecutivo ad una donna in campo registico, dimostra come negli ultimi anni la questione venga presa sul serio. Finalmente.

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