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Elena Travaini è mamma, moglie, imprenditrice, modella, life coach, volontaria ed è un tornado di energia e voglia di vivere.

È la nostra prima ExtraWonders.
Ci ha gentilmente concesso del suo tempo, tra le mille attività che svolge, per raccontarci chi è e cosa fa.
Ci incontriamo online, in un pomeriggio di agosto, ognuna dalla sua comoda postazione.
Eppure Elena ci travolge e ci spettina come farebbe un ciclone subtropicale.

Come è nato il tuo desiderio di danzare e di esprimerti attraverso la danza? Parlaci della tua storia.

La mia passione per la danza in realtà è nata come per qualsiasi altro bambino o bambina che si avvicina ad uno sport e poi si appassiona.
È successo indipendentemente dalla mia malattia, dalla mia disabilità.

Sono nata con una forma rara di tumore alla retina e questo mi ha portato ad avere una disabilità visiva molto importante. Da un occhio non vedo nulla e dall’altro vedo meno di un trentesimo però ho avuto la grande fortuna di avere dei genitori non hanno mai voluto farmi frequentare scuole speciali.
I primi 3 anni li ho trascorsi in Olanda dove ho fatto tantissime terapie: chemioterapia, radioterapia, laserterapia e un sacco di interventi chirurgici. Quando sono tornata in Italia, mamma e papà lavoravano entrambi, si sono impegnati tantissimo per le mie cure costose. Ho anche una sorella più grande di me, quando io sono nata lei faceva la prima elementare. Quindi comunque c’era anche lei, c’era la scuola, c’erano tante cose e io sono sempre cresciuta con baby-sitter e con mia sorella.

Ho iniziato a ballare a 5 anni per la volontà di mamma, voleva che facessi qualcosa da femmina, come fanno un po’ tutte le mamme. Io ho una figlia di 13 anni e anche io ho provato a iscriverla a danza ma fino ai 10 anni non c’è stato verso. Io ero un po’ un maschiaccio infatti ho fatto di tutto nonostante la mia disabilità: ho fatto basket, pallavolo, ho giocato a calcio, ho fatto nuoto, pallanuoto, so andare in bicicletta.

“Io mi metto davanti a te, mi mostro in tutto quello che sono quindi con i miei difetti. Però tu che mi stai guardando, lo so già che vedrai qualcosa in più rispetto soltanto al mio aspetto fisico. Perchè farti delle domande ti metterà in discussione, metterà in discussione qualche parte di te in qualche modo.”

La pista da ballo però era un mondo a sé. Il talento mi ha permesso di farmi guardare con occhi diversi.
Non è stato immediato però sentivo che ero brava, le persone mi guardavano perché stavo mostrando loro qualcosa di bello. È stato il mio rifugio dall’apparenza fisica, era andare oltre e dirmi “io mi metto davanti a te, mi mostro in tutto quello che sono quindi con i miei difetti. Però tu che mi stai guardando, Io so già che vedrai qualcosa in più rispetto al mio solo aspetto fisico”. Perché farti delle domande ti metterà in discussione, metterà in discussione qualche parte di te in qualche modo.

Ecco, se uno riesce a fare quello switch di dire “La mia vita non è vero che fa schifo, che fa pena” ma riesce invece a creare un rapporto con le persone basato su “Ok non potrò danzare come te però lo posso fare in modo diverso, proviamo a farlo insieme, vediamo cosa ne viene fuori” piuttosto che dirsi “loro sanno ballare io no perché non ci vedo, non lo posso fare”, è proprio un modo di porti con le persone diverso per creare un diverso tipo di approccio.

Elena Travaini per Christian Palmieri. Abito Simone Racioppo Haute Couture.

Questa è proprio la straordinarietà nell’ordinarietà, nelle attività normali, questo è quello che cerchiamo nelle ExtraWonders, donne straordinarie nel nostro ordinario, nella nostra quotidianità. Anche tu, mamma, imprenditrice, ballerina professionista, modella e life coach, lo sei. Come ti senti a tal proposito? Che emozioni provi?

La gente mi vede molto energica, con molto sprint e tendenzialmente io faccio sempre passare la parte positiva, faccio mille cose. Tutto bello, tutto wow invece è la parte difficile perché per me, vedermi nel cortometraggio “Blindly Dancing” realizzato da Fabio Palmieri, è stato come riguardare tutta la mia vita allo specchio.
Guardarmi in faccia sul maxischermo, vedere la diversità, vedersi è stato pesante, come se stessi guardando una storia incredibile che però non avevo mai immaginato, non pensando a tutta la tua sofferenza.

Io tendenzialmente cerco di non far mai passare il lato della sofferenza.
Sì è vero, sono stata bullizzata mi hanno presa in giro però c’è molto altro.
Lì invece è stato proprio guardarmi allo specchio e dirmi “C** , che vita di merda ho fatto, cosa ho dovuto passare per arrivare dove sono”. È stata una secchiata di emozioni, di consapevolezza, mi veniva da piangere.

Conosciamo tutti i tuoi successi ma raramente sentiamo parlare di fallimenti. Pensiamo che facciano parte del percorso di ciascuno. Credi di voler condividere con noi qualcosa che poteva andare diversamente?

Non posso parlare di fallimento vero e proprio nella vita.
Mi pongo sempre degli obiettivi e fortunatamente li ho sempre raggiunti.
Mi sono impuntata di voler fare campionati del mondo e li ho fatti, mi sono impuntata di voler partecipare a Ballando con le stelle e ci siamo arrivati, mi sono impuntata di voler portare in America il nostro progetto e ci hanno chiamato a insegnare in una scuola di business. Mi sento un treno, magari ci metto 10 anni però raggiungere questi obiettivi è anche frutto di tante esperienze, anche negative.

Ci sono stati degli intoppi, ecco quello sì, però non li vedo come un fallimento.
Può essere però doloroso, quando ti accorgi di mettere tutta te stessa in qualcosa affiancata da qualcuno e poi ti rendi conto che questo qualcuno, che questo team che hai intorno in realtà ti utilizza per quello che puoi dare. Se poi in quel progetto credi tantissimo e alla fine ti rendi conto che a loro interessa quello che tu fai ma non la persona che sei, ecco, lì ho preso mazzate, quello mi è capitato un paio di volte perché la terza non l’ho più permesso.

Insomma, la storia del disabile che balla fa comodo.

Ho imparato a non abbattermi, e per questo devo anche ringraziare mio marito Anthony. Se c’è qualcosa che non va, o sono proprio giù di morale, non parlo, inizio a non rispondere al telefono insomma mi chiudo perché non voglio essere di peso agli altri. Poi anche su questo ho imparato a lavorarci e quindi adesso reagisco in modo diverso. Nel senso che ho imparato a buttare fuori un po’ di più, magari alzare il telefono, chiamare un amico per dirgli usciamo, andiamo a fare un aperitivo. Poi magari mi faccio il mio pianto. Prima invece arrivavo a casa, mi sfogavo con Anthony, gli ripetevo che non mi sentivo all’altezza, che non ce la facevo e non volevo deludere nessuno. Ecco, non ho mai avuto un fallimento ma mi sono sentita tante volte nella situazione di non riuscire.

Ogni volta che tu alzi l’asticella, hai sempre più paura di non arrivarci. Però, se hai fiducia in te stessa, arrivi dove vuoi e se magari una cosa che volevo fare non è andata in quel modo, io il giorno dopo avevo già altre 40 soluzioni diverse.

La socialità e l’amore dei tuoi cari, come racconti tu stessa, ti hanno aiutato a affacciarti al mondo e ad esprimere te stessa. Ti va di parlarci di Anthony e della vostra bellissima storia?

Ci siamo conosciuti in una serata di ballo in un locale, dove erano presenti l’insegnante di Anthony, lui e la sua precedente ballerina. Anthony è rimasto folgorato perché ha visto che ero brava, sorridente e quindi si è fatto coraggio mi ha invitato a ballare. È stato un disastro incredibile perché venivamo da due stili completamente diversi quindi ci siamo salutati ed è finita lì.

Poi io gli ho chiesto l’amicizia su Facebook, abbiamo iniziato a sentirci. Lui mi ha detto “Guarda sono rimasto incantato perché sorridevi, si vedeva proprio che ti stavi divertendo”. Abbiamo iniziato a frequentarci. Abbiamo vinto tantissimi titoli, partecipato a tante gare ed eventi. Tutto bellissimo però ti devi buttare nelle cose. Credere fino in fondo che in qualche modo ce la puoi fare.

Disabilità e diversità: il tuo lavoro da modella nel mondo della moda. Raccontaci come hai iniziato.

È stata una ripicca perché poi mi intestardisco (ride). Ho contattato una ventina di agenzie di Milano ma mi hanno detto tutte di no e allora mi sono detta “Sai che c’è? Se non mi vuole nessuno, vado da sola”.

Ho iniziato su Facebook. Ho messo una mia foto, un bel primo piano dopo una serata andata malissimo in un locale. Ho scritto sotto “Questa sono io. Questa è la mia faccia. Se ti va bene, bene, se non ti va bene, va dall’altra parte” e ho raccontato un po’ la mia storia. Da lì è iniziato tutto.

Il fotografo è un artista quindi come tutti bravi artisti, interpreta una storia, trasmette un messaggio. E quindi in barba a tutte le agenzie, ho iniziato a collaborare con un sacco di fotografi, poi ho iniziato un sacco di cose diverse, sul mio sito https://www.elenatravaini.com/ ci sono tantissimi progetti.

Mi hanno detto che sono una donna diversa in ogni progetto, sia tanti fotografi che stilisti, dicono che trasformo ogni abito e sono diversa in ogni foto. All’inizio ero a disagio davanti alla macchina fotografica. In realtà lo era anche davanti allo specchio. È stato un lungo processo di accettazione.

C’è un sacco di gente che in realtà in me vede molto di più che una semplice bellezza legata all’apparenza, questo per me significa che ho tante da dare. Perché è tutta la mia vita: parlare di me, mettermi in gioco, raccontare la mia esperienza da modella, collaborare con altri ragazzi, adesso c’è in ballo un progetto di moda inclusiva, c’è inclusione a 360°. Quello che mi interessa nei miei progetti è che le persone abbiano delle storie da raccontare, soprattutto dopo avere superato una difficoltà.

Parlaci di questo fantastico progetto: “Blindly Dancing”. 

Blindly Dancing: la sperimentazione della danza al buio è nata in realtà perché mio marito Anthony voleva capire come e se potevamo dare di più. Abbiamo cercato di capire qual è è il nostro limite, oltre il quale non possiamo andare o se possiamo fare altro. Voleva capire come ballare senza vedere. Quindi si è messo la benda sugli occhi ed è cambiato tutto, perché si è creata una sintonia completamente diversa anche a livello di sensibilità, di guida. Lui era molto legato allo specchio perché veniva dalle danze latino-americane.

Blindly Dancing è diventato quindi un progetto concreto: si tratta di incontri di una giornata, ed è stata testata veramente su oltre 250.000 persone. Siamo partiti dall’ Olanda, poi siamo passati per tutta l’Italia poi siamo arrivati in Francia a Parigi ed a New York. Abbiamo iniziato dalle scuole di ballo poi siamo passati alle scuole elementari, alle scuole medie alle superiori, usiamo questa esperienza negli eventi di team building aziendale.

Le reazioni sono stupende, non c’è mai stata una persona che ci abbia detto che non gli era piaciuto, non c’è mai stato nessuno che ha abbandonato prima della fine dell’esperienza. Si crea una connessione tra persone pazzesca, mi è capitato addirittura di avere due colleghi che non si tolleravano e che hanno ballato insieme per un’ora.

Elena ed Anthony in una esibizione di Blindly Dancing. Foto di Daniele Di Miccoli.

Sono stata contattata per partecipare al TedX a Varese nel 2017.
Oltre al discorso, ho proposto anche una parte esperienziale. Io ho fatto il mio TedX con tutte le persone in piedi quindi, finito il talk di 16 minuti, ho messo in mano la mascherina a tutti e li ho fatti ballare. È stato bellissimo.

The Next Step: il prossimo passo sarà?

Oddio, questa è una domanda complicata visto il periodo pandemico.
A livello artistico, non abbiamo praticamente lavorato. Non siamo potuti entrare nelle scuole, non abbiamo potuto fare nulla. Però dal punto di vista personale mi ha dato il tempo di dedicarmi alla famiglia e al volontariato, ho potuto godermi il più possibile mia figlia e mio marito. Prima potevo vederli meno perché eravamo sempre il viaggio.

Io faccio volontariato al ristorante solidale Il Grotto del sorriso, spesso andiamo il sabato e la domenica io, Anthony, Silvia Gozzi (la mia migliore amica che è anche la mia make up artist) e Cristina Dedè la ragazza con cui porto avanti tantissimi progetti. Cristina è la presidentessa della Cooperativa Costa Sorriso e ci sono dei progetti futuri per dare maggiore possibilità ai ragazzi con disabilità di avere un inserimento lavorativo.

Mi piacerebbe diventare un’icona per i diritti umani, un’attivista per i diritti delle donne, per i diritti dei bambini. Mi piacerebbe veramente riuscire a fare qualcosa di ancora più grande, di ancora più importante e se questo poi mi permetterà anche di arrivare ad altri livelli nella moda, mi piacerebbe essere testimonial di un brand inclusivo in modo da ispirare altre ragazze. Questo vorrebbe dire spianare la strada a tante altre donne o uomini.

Che consiglio daresti a chi vorrebbe diventare imprenditrice, modella, designer per realizzare una moda più inclusiva?

Il mio consiglio è trovarsi un punto di riferimento, una persona anche non famosa, la vicina di casa che abbia quel carattere, che faccia quelle cose che siano di sprone e di esempio. Quella persona che nonostante 2000 problemi non si arrende, combatte, arriva, magari non subito.
Occorre una gran bella selezione delle persone che vogliamo avere intorno a noi.

Quello che io faccio tutt’ora è cercare di prendere ad esempio persone che per me fanno qualcosa di straordinario come punto di riferimento. Cristina Dedè, ad esempio, la presidentessa della Cooperativa. Lei è una donna, è una mamma di un ragazzo disabile che si è data tantissimo da fare per trovare una soluzione. Ha deciso di aprire un ristorante perché questi ragazzi potessero avere un posto di lavoro e tutti i giorni combatte perché si possano trovare nuove occupazioni e attività per creare attività aggregative per i ragazzi. Quello che fa lei non è facile. Tra amministratori, assistenti sociali e le famiglie dei ragazzi c’è sempre qualcosa, anche diverse cose che non vanno e tante volte ti viene voglia di mollare. Quando la guardo penso che a 50 anni voglio essere come lei!

Vorrei che tutti imparassero che non esiste il fallimento, molto meglio la parola “esperienza”. Alcune ci portano a raggiungere gli obiettivi, altre invece su una strada sbagliata diventando insegnamenti. Invece di dirmi “Sono una fallita”, mi dico “Ok ho sbagliato, ho fatto un’esperienza sbagliata però che mi insegna qualcosa”. È proprio diverso da utilizzare il termine del fallimento.

Io da sola posso fare delle cose ma sarei niente senza una squadra. Io adoro lavorare in squadra, ogni persona che lavora con me ha il suo ruolo, ognuno ha le sue competenze, ognuno ha le sue capacità di lavorare in team. Crearsi una squadra di persone che ti aiuta è fondamentale per riuscire a raggiungere gli obiettivi.  Io ho questa scritta in casa: “Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”. Il lavoro di squadra è una cosa meravigliosa, se hai la squadra giusta. Certo, tu devi essere il motore di traino, se non sei tu a tirare, a trascinare perché hai quella smania di voler di raggiungere gli obiettivi a tutti i costi, le persone te le perdi per strada.

Noi siamo un po’ sognatrici… un desiderio/sogno per il futuro

Semplice! Conquistare il mondo! (ride)

Concludiamo l’intervista lasciandoci a vicenda qualche impressione.
Abbiamo visto Elena per la prima volta ed Elena erano i suoi occhi e il suo sguardo. Alla fine dell’intervista i suoi occhi e il suo sguardo sono completamente scomparsi, abbiamo conosciuto la persona che è ben oltre la sua disabilità. Abbiamo riconosciuto la sua energia e abbiamo lasciato che ci investisse. E questo è davvero un suo talento.

Elena Travaini, insieme al marito Anthony Carollo, sono anche ideatori di una splendida iniziativa di volontariato: Dona un colore ad un bambino, che raccoglie materiale artistico ed educativo per bambini ed adolescenti affetti da varie patologie.

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